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[Galduran] Memorie di un Paladino
#1
La fioca luce della candela poggiata sul vecchio tavolo di legno grezzo, illuminava a tratti il viso del paladino che seduto alla scrivania della sua stanza ai 6 Scudi, era concentrato nel leggere una lettera consegnatali da Ser Valen Drake.
Gli occhi stanchi del mezz’elfo lessero quelle parole impresse con l’inchiostro 1,2,3...10 volte, ad ogni lettura Galduran sembrava assorbire sempre di più il significato di ogni singola parola ed il sorriso che si dipingeva sempre di più sulle sue labbra era intriso di gioia.
Nel tempo passato in queste terre prima di partire forse era servito a qualcosa o meglio, forse era servito a qualcuno.
Richiuse la lettera ripiegandola con cura, poggiò le pallide labbra sulla carta dandole un lieve bacio come a sigillarla, mormorò infine una breve preghiera prima di riporla con cura nel proprio diario.
Sospirò sollevato, spostò lo sguardo verso la finestra ad osservare il cielo notturno e le sue stelle, con un filo di voce mormorò: <<La vita ti ha sottratto molto da quando sei nata e solo gli dei possono ridarti più di ciò che hai perso, sono felice.>>


Restò ancora per alcuni istani a riflettere, seduto su quella vecchia sedia in legno scadente.
Scosse la testa, indossò il suo solito sorriso celando ogni altra espressione, si avvolse nel mantello alzando il cappuccio sulla testa ed aprì la porta uscendo dalla sua stanza.


Immerso nei pensieri si ritrovò a camminare per le vie silenziose dei quartieri poveri di Ashabenford, pensando a quanto queste terre gli avessero donato ed a quanto lui potesse ancora donare a queste terre. Forse era giunto il momento di smettere di viaggiare e di concentrarsi unicamente sul bene di questo luogo a cui erano legati la maggior parte dei suoi più bei ricordi.
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#2
Il silenzio della notte, turbato solamente dal vento e canto delle creature dei boschi, erano lo sfondo perfetto per la conclusione di quella giornata.
Il paladino stava rientrando ad Elven Crossing, era alla ricerca di un fabbro e aveva trovato una casa colma di persone.
Inutile dire che per il mezz’elfo la compagnia delle persone fosse cento volte meglio dell’incudine di una fucina, tuttavia quella sera asciò quella casa con un pensiero a tormentarlo.


I lunghi discorsi fatti attorno al fuoco, i progetti di cui aveva sentito...perchè voleva tenersi alla larga? Non era la prima volta che succedeva, non era la prima volta che veniva invitato ad unirsi in piani o progetti dai fini nobili, ma quasi meccanicamente il mezz’elfo aveva sempre rifiutato.


Forse era lo stesso motivo che lo portava a dare tutto se stesso per aiutare i confratelli della Triade ad Ashabenford, ma senza mai fermarsi in maniera stabile, senza mai legarsi in maniera definitiva.
Era un paladino errante, era cresciuto viaggiando e non si era praticamete mai fermato, allora perché non riusciva a legarsi i maniera totale a qualcosa di più grande? Perché aveva sempre bisogno di una via libera nella quale potersi muovere?


Il mezz’elfo arrestò il passo e sorrise, un sorriso amaro e triste allo stesso tempo, scosse la testa e continuò a camminare….Il vecchio Galduran aveva avuto la sua opportunità molti anni fa, aveva fallito e non esisteva più.
Aveva giurato che da quel giorno sarebbe stato scudo per i più deboli, avrebbe consacrato la sua vita al dio della sofferenza e sarebbe vissuto facendo lui le sofferenze degli altri.
Non c’era disonore in una morte nel nome di Ilmtaer, in una morte nel nome del bene.
La sua vita apparteneva a tutti coloro che ne avessero bisogno e che la meritassero, indipendentemente da chi fossero.
Forse era per questo che non voleva unirsi a qualcosa di fisso, avrebbe aiutato chiunque ne avesse avuto bisogno e per poter raggiungere le anime più sofferenti, non poteva porsi dei limiti.
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